Gli interventi sui rischi psicosociali si classificano, come in medicina preventiva, su tre livelli. La prevenzione primaria agisce sulle cause, modificando l'organizzazione del lavoro per ridurre o eliminare i fattori di rischio prima che producano effetti. La prevenzione secondaria agisce sulla capacità delle persone di riconoscere e gestire le situazioni stressanti, e sull'individuazione precoce dei segnali di disagio. La prevenzione terziaria interviene quando il danno si è già manifestato, con l'obiettivo di limitarne le conseguenze, favorire il recupero e il rientro al lavoro.
La coerenza con i principi generali del D.Lgs. 81/08 è diretta. L'art. 15 indica come misure generali di tutela, tra le altre, l'eliminazione dei rischi e la loro riduzione alla fonte, il rispetto dei principi ergonomici nell'organizzazione del lavoro, con riguardo alla riduzione del lavoro monotono e ripetitivo, la priorità delle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali. Tradotto nei rischi psicosociali significa che la priorità spetta agli interventi organizzativi di livello primario.
Nella realtà accade spesso il contrario. Le aziende preferiscono interventi secondari e terziari, come corsi sulla gestione dello stress o sportelli di ascolto, perché più semplici da attivare e meno impegnativi per la direzione. Sono utili, ma da soli rischiano di insegnare alle persone ad adattarsi a un'organizzazione che resta nociva. Un piano equilibrato li prevede tutti e tre, con un peso prevalente sul primo livello.