La caduta fuori bordo è tra le principali cause di morte dei pescatori in molti Paesi europei. Le dinamiche ricorrono con poche varianti. La prima è il trascinamento da parte dell'attrezzo in uscita: rete, cavo o lenza che agganciano la persona durante la cala. La seconda è la perdita di equilibrio vicino alla murata o alla rampa poppiera per un rollio, un colpo di mare o uno scivolamento. La terza riguarda attività sporadiche fuori dalla coperta protetta: liberare un'elica, sistemare un parabordo, recuperare un oggetto caduto.
Esiste poi una dinamica spesso trascurata: la caduta durante il passaggio tra nave e banchina o tra due imbarcazioni affiancate, di notte e magari dopo una lunga giornata. In porto si tende a considerare il rischio azzerato, ma l'acqua tra scafo e banchina è fredda, sporca e con poco spazio, e lo scafo può schiacciare chi è caduto.
Un altro fattore è la solitudine. Quando una persona cade in mare senza che nessuno se ne accorga, le probabilità di sopravvivenza crollano: il caso tipico è il marinaio che esce in coperta di notte per un bisogno o un controllo mentre gli altri riposano, oppure il pescatore che lavora da solo sulla piccola pesca. Nel DVR la caduta in mare va quindi analizzata per attività e per momento, includendo il lavoro notturno, le manovre in porto e le uscite solitarie, e non solo come rischio generico di chi lavora vicino al bordo. A questo si aggiunge l'uso di alcol, che riduce equilibrio e prontezza anche in quantità modeste.