I principi esaminati possono essere ricondotti a poche regole di condotta professionale. Valutare i rischi reali e non quelli teorici, considerando le lavorazioni non ordinarie, gli usi scorretti prevedibili e le scorciatoie che i lavoratori adottano sotto pressione. Motivare per iscritto le scelte di valutazione, specialmente quando un rischio viene ritenuto basso o assente, perché a posteriori conta il percorso logico più della conclusione.
Segnalare per iscritto, in modo preciso e con proposte concrete, a chi ha il potere di decidere, e seguire le segnalazioni fino alla chiusura o fino a una decisione formale contraria del datore di lavoro. Tenere un archivio ordinato e datato di tutto ciò che si produce e si riceve. Diffidare delle prassi tollerate e dei segnali deboli, che sono la materia prima di molte condanne, e progettare insieme ai preposti strumenti semplici per documentare la vigilanza.
Curare la propria posizione contrattuale: lettera di incarico chiara, tempo adeguato, polizza professionale con tutela legale, distinzione netta dei ruoli quando si cumulano funzioni. Collaborare con l'organismo di vigilanza senza farne parte, e sostenere un modello 231 vissuto e non soltanto adottato. La giurisprudenza, in fondo, non chiede al RSPP di essere infallibile: chiede di essere un professionista diligente, presente, chiaro e tracciabile. Chi lavora così raramente ha bisogno di difendersi, e quando accade ha già in archivio gli argomenti per farlo.