Il what-if, letteralmente «che cosa succede se», è una tecnica induttiva di brainstorming strutturato. Il gruppo esamina un processo passo per passo e per ciascun passo formula domande che iniziano con quella formula: che cosa succede se la pompa si ferma, se l'operatore apre la valvola sbagliata, se il fornitore consegna un prodotto diverso, se manca l'energia elettrica durante il ciclo.
Per ogni domanda si registrano le conseguenze possibili, le protezioni già presenti, una stima qualitativa della gravità e le raccomandazioni. Il foglio di lavoro tipico ha quindi cinque colonne: domanda, conseguenza, salvaguardie esistenti, giudizio di rischio, azioni.
Le domande si possono generare in modo libero oppure guidate da categorie: errori umani, guasti di apparecchiature, condizioni esterne come pioggia, gelo o caldo, problemi di materiali, perdita di servizi come aria compressa, acqua di raffreddamento o rete informatica, attività di manutenzione e situazioni di avviamento e arresto. Le fasi transitorie meritano attenzione particolare: una parte rilevante degli incidenti in impianto avviene durante avviamenti, fermate, pulizie e cambi formato, non durante la marcia normale.
Il punto di forza del metodo è la flessibilità: si applica a un processo produttivo, a un'operazione di manutenzione, a un evento aziendale con pubblico esterno o a un cambiamento organizzativo. Il punto debole è la dipendenza dall'esperienza del gruppo: domande banali producono risultati banali, ed è compito del facilitatore spingere oltre le risposte ovvie.