La check list risponde soltanto alle domande che contiene. È il suo limite strutturale: se chi l'ha scritta non ha immaginato un pericolo, il pericolo non compare e l'area risulta conforme. Una check list per officine generiche può non contenere alcuna voce sull'uso di bombole di argon in un locale seminterrato, dove l'accumulo di gas inerte riduce l'ossigeno disponibile.
Un secondo limite è la tendenza alla compilazione meccanica. Dopo la decima ispezione dello stesso reparto il compilatore rischia di spuntare le caselle per abitudine, senza guardare davvero. Per contrastare questo effetto si possono variare l'ordine delle voci, chiedere una foto come evidenza per le voci più critiche, affiancare ogni tanto un collega che non conosce il reparto.
Un terzo limite riguarda le interazioni: la check list esamina elementi singoli, mentre molti infortuni derivano dalla combinazione di condizioni individualmente conformi. Il pavimento è in ordine, il carrello è revisionato, il carrellista è formato, ma la corsia di transito passa davanti all'uscita degli spogliatoi al cambio turno. Nessuna voce risulta violata, eppure il rischio di investimento è elevato.
Per questo la check list dovrebbe sempre essere seguita da una domanda aperta finale, del tipo «che cosa potrebbe ancora andare storto qui che non abbiamo considerato?», e affiancata periodicamente da tecniche esplorative come il what-if. Nel DVR va dichiarato da quali fonti deriva la check list usata e quando è stata aggiornata l'ultima volta.