Il termine mobbing, preso dall'etologia dove indica l'aggressione di gruppo di alcuni animali verso un individuo, fu applicato all'ambiente di lavoro dallo psicologo tedesco-svedese Heinz Leymann negli anni Ottanta. Leymann lo descrisse come una forma di terrore psicologico esercitato sul posto di lavoro attraverso comunicazioni ostili e non etiche, dirette in modo sistematico da uno o più individui verso un altro, che viene spinto in una posizione di impotenza e mancanza di difesa.
Per distinguere il mobbing da un normale conflitto Leymann introdusse criteri di frequenza e durata: le azioni ostili devono verificarsi almeno una volta alla settimana e protrarsi per almeno sei mesi. Elaborò inoltre un questionario, il LIPT, che elenca quarantacinque azioni ostili raggruppate in cinque categorie: attacchi alla possibilità di comunicare, attacchi alle relazioni sociali, attacchi all'immagine sociale, attacchi alla qualità della situazione professionale e privata, attacchi alla salute.
In Italia Harald Ege ha adattato il modello alla realtà nazionale, proponendo un percorso in più fasi e alcuni parametri di riconoscimento: ambiente lavorativo, durata, frequenza, tipo di azioni, dislivello tra gli antagonisti, andamento per fasi successive, intento persecutorio. Questi criteri sono stati molto utilizzati nelle consulenze tecniche nei processi civili e spiegano perché il termine, nel linguaggio comune, venga spesso usato in modo improprio.