B-SP4 Sanità residenziale · Blocco 1/3 (0–4 h) · Slide 4/50

Come si costruisce la valutazione del rischio biologico in RSA

L'art. 271 chiede di tenere conto della classificazione degli agenti, dell'informazione sulle malattie che possono essere contratte, dei potenziali effetti allergici e tossici, della conoscenza di una patologia di cui è affetto un lavoratore, delle raccomandazioni dell'autorità sanitaria e del sinergismo tra gruppi di agenti. Nel DVR devono comparire le fasi del procedimento lavorativo che comportano rischio, il numero di lavoratori addetti, le generalità del responsabile del servizio di prevenzione, i metodi e le procedure adottati e il programma di emergenza per la protezione dei lavoratori.

In concreto, in una RSA si parte da tre fonti. La prima è il profilo epidemiologico dei residenti: quanti sono portatori di germi multiresistenti, quanti hanno epatiti croniche note, quanti cateteri vescicali e accessi venosi sono presenti in media. La seconda sono le procedure assistenziali reali, osservate sul campo e non solo lette nei protocolli: igiene a letto, medicazioni, prelievi, glicemie capillari, aspirazione delle secrezioni, gestione delle stomie. La terza sono gli eventi: infortuni da puntura, focolai degli ultimi anni, segnalazioni del medico competente.

Il metodo deve essere dichiarato: molte strutture usano una matrice probabilità per danno adattata, altre metodi a indici specifici per il settore sanitario. Qualunque sia lo strumento, l'errore da evitare è un giudizio unico per l'intera struttura: il rischio dell'infermiere che esegue prelievi non è quello dell'addetto alla cucina.