Per le lavoratrici in gravidanza la protezione si sposta dalla madre al nascituro, considerato un individuo della popolazione. La normativa richiede che la dose al nascituro sia la più bassa ragionevolmente ottenibile e comunque non superiore a 1 millisievert durante il periodo residuo della gravidanza. In Italia la disciplina di tutela della maternità vieta di adibire le lavoratrici gestanti ad attività in zone classificate o che possano comportare un'esposizione del nascituro oltre quel valore, per cui nella pratica la lavoratrice esposta viene spostata ad altra mansione.
Perché la tutela funzioni, la lavoratrice deve comunicare lo stato di gravidanza appena ne è a conoscenza. Le prime settimane sono le più delicate per gli effetti sullo sviluppo, e una comunicazione tardiva può vanificare ogni misura. La formazione deve spiegarlo in modo chiaro e rispettoso, senza trasformare l'obbligo in una pressione.
Durante l'allattamento il problema riguarda soprattutto la medicina nucleare: la lavoratrice che allatta non deve svolgere attività con rischio di contaminazione radioattiva corporea, perché i radionuclidi possono passare al bambino. Negli altri settori della radiologia, l'allattamento in sé non comporta restrizioni analoghe.
In una RSA il caso concreto è l'operatrice in gravidanza che, durante la radiologia domiciliare, viene chiamata a tenere ferma un'ospite agitata. La procedura deve escluderla esplicitamente, e il coordinatore di turno deve sapere chi sostituirla senza che la lavoratrice debba giustificarsi davanti ai colleghi.