Un'azienda che produce componenti per elettrodomestici, con settanta dipendenti, introduce un robot collaborativo che lavora fianco a fianco con un operatore per avvitare e posizionare piccoli pezzi. L'integratore sostiene che, trattandosi di un cobot, non servono protezioni. In fase di prova il robot viene dotato di una pinza con spigoli vivi e l'operatore si avvicina spesso con il volto per controllare l'avvitatura.
Un robot collaborativo da solo non è una macchina sicura: lo è o non lo è l'applicazione, cioè l'insieme di robot, utensile, pezzo e compito. Le norme sui robot industriali, con la specifica tecnica ISO/TS 15066, indicano modalità di collaborazione e limiti di forza e pressione sulle diverse parti del corpo, con valori più severi per testa e volto. L'integratore che assembla la cella si assume gli obblighi del fabbricante, mentre il datore di lavoro risponde dell'uso ai sensi degli articoli 70 e 71 del D.Lgs. 81/08.
L'RSPP chiede all'integratore la valutazione dei rischi dell'applicazione e le misure di forza e pressione nelle zone di possibile contatto. Il datore di lavoro fa arrotondare la pinza, ridurre la velocità nelle fasi di avvicinamento e installare un sensore di area che rallenta il robot quando l'operatore si sporge. L'operatore e il preposto vengono addestrati sulla sequenza e sui segnali di stato del robot, e si vieta di regolare i parametri senza autorizzazione.
Domanda per voi: quando un'applicazione collaborativa smette di esserlo e richiede le protezioni di una cella tradizionale?