Aggiornamento – Schede pratiche · 67/80

Azoto liquido in una biobanca: sottossigenazione e sensori

Un istituto di ricerca biomedica con sessanta ricercatori conserva campioni biologici in contenitori criogenici ad azoto liquido, collocati in un locale seminterrato senza finestre. I rabbocchi sono frequenti e spesso eseguiti da dottorandi la sera, quando il laboratorio è vuoto. Il sensore di ossigeno installato anni prima non è mai stato tarato e la sua segnalazione acustica si sente solo all'interno del locale.

L'azoto non è tossico, ma evaporando sposta l'ossigeno: un litro di liquido produce centinaia di litri di gas, e in un ambiente piccolo e poco ventilato la concentrazione di ossigeno può scendere rapidamente a valori pericolosi senza che nessuno se ne accorga. Il D.Lgs. 81/08 richiede di valutare questo rischio di asfissia e il rischio di ustioni da freddo, con misure tecniche, organizzative e di protezione individuale. I ricercatori sono lavoratori a tutti gli effetti, compresi dottorandi e assegnisti.

L'RSPP propone la sostituzione del sensore con un sistema tarato periodicamente, collegato a un allarme ripetuto all'esterno del locale e a una ventilazione forzata che si attiva automaticamente. Il datore di lavoro vieta i rabbocchi in solitaria e fuori orario, fornisce visiere, guanti criogenici e grembiuli. Il responsabile del laboratorio, nel ruolo di preposto, verifica la formazione di ogni nuovo arrivato e affigge all'ingresso le istruzioni sul comportamento in caso di allarme.

Per chiudere: perché un pericolo che non si vede e non ha odore richiede una cultura della sicurezza diversa?