La storia italiana della tutela del lavoro comincia con l'industrializzazione. Nelle filande, nelle miniere, nei cantieri ferroviari dell'Italia postunitaria gli infortuni erano frequenti e l'operaio ferito, per ottenere un risarcimento, doveva dimostrare in giudizio la colpa del padrone: un'impresa quasi impossibile per chi non aveva mezzi né testimoni disposti a esporsi.
La legge n. 80 del 1898 cambiò l'impostazione introducendo l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni per gli operai dell'industria. L'idea, mutuata dall'esperienza tedesca, era il rischio professionale: l'infortunio è un costo connaturato all'attività produttiva e va indennizzato a prescindere dalla colpa, a carico dell'imprenditore che dall'attività trae profitto. In cambio, il datore otteneva una limitazione della propria responsabilità civile. Questo scambio tra indennizzo automatico ed esonero parziale è sopravvissuto fino al sistema attuale.
Nei decenni successivi la tutela si estese progressivamente: alle malattie professionali con un regio decreto del 1929, all'agricoltura, a nuove categorie di lavoratori. Nel 1933 nacque l'istituto nazionale che poi, nel dopoguerra, assunse la denominazione INAIL, mentre il quadro assicurativo veniva riunito più tardi nel testo unico del 1965. Per il RSPP questa origine spiega perché ancora oggi prevenzione e assicurazione viaggino su binari collegati ma distinti: una cosa è evitare l'infortunio, un'altra indennizzarlo quando si è verificato.