Quando un gruppo di lavoratori condivide una lingua diversa dall'italiano, la soluzione più immediata è spesso affidarsi a un collega bilingue che traduce. È una risorsa preziosa, ma con limiti da conoscere. Il collega ponte conosce il lavoro e il gergo di reparto, è disponibile subito e gode della fiducia del gruppo. D'altra parte non è un traduttore professionale, può semplificare troppo, omettere dettagli che ritiene ovvi, aggiungere commenti personali, o filtrare i messaggi che considera scomodi per i connazionali.
Per ridurre questi rischi conviene sceglierlo con cura, verificando con un secondo interlocutore la qualità delle sue traduzioni, prepararlo prima dell'incontro spiegandogli i contenuti chiave e i termini tecnici, chiedergli di tradurre frase per frase e non di riassumere, e poi verificare la comprensione direttamente con i lavoratori attraverso dimostrazioni pratiche. Va anche riconosciuto il suo ruolo, perché si tratta di un compito aggiuntivo che richiede tempo e responsabilità.
Per la formazione obbligatoria o per contenuti critici, come procedure di emergenza o lavori in spazi confinati, è preferibile un mediatore linguistico culturale professionale. Il mediatore non si limita a tradurre: aiuta a interpretare i riferimenti culturali, segnala quando un concetto non ha un equivalente diretto, nota i silenzi e gli imbarazzi. Molti enti bilaterali, cooperative e servizi pubblici territoriali offrono questo servizio, e il costo è contenuto rispetto alle conseguenze di un messaggio frainteso.