Una parte rilevante delle condanne per infortunio non nasce da una singola violazione, ma da prassi scorrette consolidate e conosciute: il riparo smontato perché rallenta il cambio formato, la procedura di blocco energetico saltata nei turni notturni, i DPI anticaduta lasciati nell'armadio perché il lavoro dura pochi minuti. La Cassazione considera la tolleranza di queste prassi una forma di colpa del garante, anche se nessuno ha dato un ordine esplicito di violare la regola.
Il ragionamento è il seguente: se una prassi è diffusa e prolungata nel tempo, chi aveva il dovere di vigilare o l'ha vista e non è intervenuto, oppure non l'ha vista perché non vigilava. In entrambi i casi la sua posizione non migliora. Per questo nelle indagini gli ispettori raccolgono le dichiarazioni dei colleghi dell'infortunato: frasi come «si è sempre fatto così» o «lo sapevano tutti» sono tra gli elementi più pesanti a carico di preposti e dirigenti.
La dottrina parla anche di colpa di organizzazione, concetto che collega il piano delle persone fisiche a quello dell'ente previsto dal D.Lgs. 231/01. Per il RSPP la conseguenza operativa è prestare attenzione ai segnali deboli: richieste ripetute di modificare una procedura, attrezzature con protezioni manomesse, tempi ciclo incompatibili con il rispetto delle istruzioni. Quando una regola viene sistematicamente aggirata, il problema va affrontato riprogettando il lavoro o la protezione, non limitandosi a ribadire il divieto in un'altra circolare.