La qualità delle risposte dipende dalla forma delle domande. Le domande aperte, come «Mi descriva cosa stava facendo prima dell'allarme», producono informazioni ricche e non suggerite. Le domande chiuse, del tipo «La protezione era abbassata?», servono solo per verificare dettagli specifici dopo il racconto libero. Le domande suggestive vanno evitate in ogni caso: chiedere «Lei non aveva visto il cartello di divieto, giusto?» orienta la risposta e trasmette un giudizio implicito.
Anche il lessico pesa. Parole come «errore», «distrazione», «negligenza» o «violazione» mettono il testimone sulla difensiva e spingono verso risposte formali. È più produttivo chiedere come si svolge normalmente quel compito, cosa era diverso quel giorno, quali difficoltà si incontrano di solito, cosa fanno i colleghi esperti quando la macchina si inceppa. Queste domande portano alla luce il lavoro reale, con le soluzioni pratiche adottate per far fronte a pressioni di tempo o ad attrezzature poco adatte.
Un altro accorgimento riguarda le informazioni che l'intervistatore lascia trapelare. Riferire ciò che hanno detto altri testimoni, mostrare fotografie prima del racconto libero o anticipare ipotesi già formulate dal gruppo contamina la memoria e rende inutilizzabile la testimonianza come fonte indipendente. Il verbale deve riportare le parole dell'intervistato il più fedelmente possibile, distinguendo ciò che ha visto direttamente da ciò che ha dedotto o sentito dire da altri.