Chiudere un'azione non significa che abbia funzionato. Occorre distinguere due verifiche successive. La prima è la verifica di attuazione: l'azione è stata realizzata come previsto? Il nuovo riparo è stato montato, la procedura è stata emessa, il corso è stato svolto? Si accerta con un sopralluogo, una fotografia, un documento. La seconda è la verifica di efficacia: l'azione ha ridotto davvero il rischio per cui era stata pensata, senza crearne di nuovi?
La verifica di efficacia richiede tempo e metodi diversi a seconda della misura. Per un interblocco si può eseguire una prova funzionale e controllare dopo qualche settimana che non sia stato manomesso. Per una modifica organizzativa si osserva il lavoro reale in più turni, magari con l'aiuto del preposto. Per un intervento formativo non basta il test a fine corso: serve osservare se i comportamenti in campo sono cambiati, in linea con la logica di verifica durante la prestazione lavorativa introdotta dall'Accordo del 2025.
Un aspetto spesso sottovalutato è la ricerca degli effetti indesiderati. Una barriera fisica aggiunta su una linea di confezionamento può rendere più difficile la pulizia e spingere gli operatori a rimuoverla; una nuova regola di velocità nel magazzino può allungare i tempi e generare pressioni contrarie. Per questo la verifica dovrebbe includere un colloquio con chi lavora ogni giorno con la misura, chiedendo cosa è cambiato in meglio e in peggio. I risultati di entrambe le verifiche vanno registrati con data, metodo usato e nome di chi le ha eseguite.