Sidney Dekker ha evidenziato un limite dei modelli classici di just culture: anche quando distinguono con cura tra errori e condotte temerarie, restano centrati su una domanda di tipo retributivo, cioè quale regola è stata violata, chi l'ha violata e cosa merita. In questa prospettiva il processo finisce quando si stabilisce la responsabilità e la conseguenza adeguata.
In alternativa Dekker propone una prospettiva ristorativa, ispirata alla giustizia riparativa. Le domande diventano altre: chi è stato danneggiato dall'evento, di cosa ha bisogno, chi ha il dovere di rispondere a quei bisogni. Le persone colpite non sono solo l'infortunato, ma anche i colleghi presenti, il preposto, chi ha preso decisioni coinvolte nell'evento, che spesso vivono senso di colpa e paura. Dekker usa il concetto di seconda vittima per chi è stato coinvolto nell'errore e ne subisce le conseguenze psicologiche.
In azienda questa prospettiva si traduce in pratiche concrete: dare la parola a tutte le persone coinvolte dopo un evento significativo, offrire supporto psicologico quando necessario, coinvolgere chi ha sbagliato nella ricerca di soluzioni invece di escluderlo, comunicare in modo trasparente al resto dell'organizzazione cosa è stato imparato. Un manutentore che ha causato un evento e ha poi contribuito a progettare la nuova procedura di isolamento spesso diventa il più convinto sostenitore delle nuove regole. Il clima del reparto, nelle settimane successive, ne trae quasi sempre beneficio.