Aggiornamento RSPP · Blocco 8/10 (28–32 h) · Slide 42/50

Sicurezza psicologica: la condizione per parlare

Amy Edmondson, docente di Harvard, ha definito la sicurezza psicologica come la convinzione condivisa, all'interno di un gruppo, che sia possibile assumersi rischi interpersonali: fare domande, ammettere un errore, esprimere un dubbio, segnalare un problema o proporre un'idea senza essere umiliati o penalizzati. Le sue ricerche, nate in ambito ospedaliero, hanno mostrato che i gruppi con maggiore sicurezza psicologica segnalano più errori, non perché ne commettano di più, ma perché ne parlano apertamente e possono così correggerli.

Nella sicurezza sul lavoro il concetto ha un'applicazione diretta. Un apprendista che non capisce un'istruzione del capo squadra e non osa chiedere chiarimenti, un operatore che nota un rumore anomalo in un compressore ma teme di essere considerato allarmista, un addetto di un'impresa appaltatrice che vede un rischio interferenziale ma non vuole creare problemi al committente: sono tutte situazioni in cui la mancanza di sicurezza psicologica impedisce che un'informazione vitale arrivi a chi può agire.

I leader costruiscono sicurezza psicologica con comportamenti specifici: inquadrare il lavoro come problema da risolvere insieme e non come esecuzione perfetta, riconoscere apertamente i propri limiti e i propri errori, fare domande e ringraziare chi porta notizie scomode. Il diritto del lavoratore ad allontanarsi in caso di pericolo grave e immediato, tutelato dall'art. 44, è uno strumento di legge; la sicurezza psicologica è ciò che consente di esercitarlo senza timore.