Gli indicatori lagging, detti anche reattivi o di esito, contano ciò che è già successo: infortuni con assenza, giorni persi, malattie professionali denunciate, medicazioni, danni materiali, sanzioni ricevute. Hanno pregi concreti: sono definiti in modo abbastanza oggettivo, sono confrontabili nel tempo e con l'esterno, sono quelli che INAIL, clienti e capogruppo chiedono per primi e quelli che pesano sul premio assicurativo.
I limiti però sono strutturali. Arrivano tardi, perché registrano il fallimento quando il danno è avvenuto. Sono rari nelle aziende piccole e medie, per cui una variazione da due a quattro infortuni annui raddoppia l'indice senza alcun significato statistico. Sono sensibili alla cultura della segnalazione: un calo può nascondere pressioni a non denunciare, gestione dell'evento come ferie o rientri anticipati forzati. Infine misurano soprattutto la sicurezza personale e quasi nulla dicono del rischio di eventi gravi a bassa frequenza, come un'esplosione o il ribaltamento di una gru.
Per questi motivi un sistema maturo non elimina i lagging ma li ridimensiona: restano come verifica di risultato su orizzonti lunghi, letti con medie mobili, mentre il governo quotidiano passa agli indicatori di processo. Un errore frequente è premiare i capireparto sul solo numero di infortuni: è la via più rapida per ottenere meno denunce, non meno infortuni. Meglio legare gli incentivi alle azioni di prevenzione realizzate e verificate.