Un indicatore è confrontabile solo se il denominatore rappresenta davvero l'esposizione al rischio. Le ore lavorate sono la scelta standard per gli indici infortunistici, ma devono essere ore effettive, comprese le ore di straordinario e quelle dei lavoratori in somministrazione e dei distaccati presenti in azienda. Escludere i somministrati dal denominatore e includere i loro infortuni nel numeratore, o viceversa, è uno degli errori più frequenti nei report.
In alcuni casi l'esposizione ha una misura più precisa delle ore. Per il rischio stradale degli addetti commerciali o dei tecnici di assistenza ha senso rapportare gli incidenti ai chilometri percorsi. Per i carrelli elevatori si possono usare le ore motore o le movimentazioni, ricavate dai sistemi di gestione del magazzino. Per i lavori in quota le ore di lavoro su piattaforme o ponteggi, ricavabili dai permessi di lavoro. Questi denominatori specifici rendono gli indicatori molto più sensibili ai cambiamenti di esposizione.
Esempio in un'azienda di manutenzione impianti: gli incidenti con mezzi aziendali passano da cinque a sette, apparentemente un peggioramento. Ma i chilometri percorsi sono aumentati del sessanta per cento per l'acquisizione di nuovi clienti, quindi il tasso per milione di chilometri in realtà è diminuito. Senza normalizzazione la direzione avrebbe tratto conclusioni sbagliate e magari tagliato un corso di guida sicura che stava funzionando. Il denominatore scelto va scritto nella scheda indicatore e mantenuto stabile negli anni.