L'innalzamento dell'età pensionabile ha portato in molte aziende una quota consistente di addetti oltre i 55 anni anche in mansioni fisicamente impegnative. L'art. 28 cita l'età tra i fattori da considerare, ma non fornisce soglie: tocca al servizio di prevenzione capire quali capacità cambiano e quali no. Con l'età si riducono in media la capacità aerobica massima e la forza muscolare, la tolleranza al calore per minore efficienza della termoregolazione, l'acuità visiva da vicino e la sensibilità al contrasto, la capacità uditiva sulle alte frequenze, la velocità di recupero dopo la fatica e dopo il lavoro notturno.
Altre capacità invece si mantengono o migliorano: esperienza, capacità di anticipare i problemi, conoscenza del processo, giudizio nelle situazioni anomale. I dati sugli infortuni lo riflettono in modo caratteristico: i lavoratori più anziani tendono ad avere infortuni meno frequenti dei giovani ma, quando accadono, con prognosi più lunghe e conseguenze più gravi, specie per cadute e traumi muscoloscheletrici.
La variabilità individuale è il punto chiave. Due carpentieri di 60 anni possono avere capacità funzionali diversissime, e un ventenne sedentario può avere meno resistenza di entrambi. Per questo la valutazione legata all'età non deve tradursi in esclusioni automatiche per fascia anagrafica, ma in una progettazione del lavoro che riduca i requisiti fisici superflui per tutti e in un dialogo con il medico competente per i casi individuali.