Con l'espressione rischi psicosociali si indicano gli aspetti della progettazione, dell'organizzazione e della gestione del lavoro, insieme al contesto sociale e ambientale in cui esso si svolge, che possono causare danni di natura psicologica, fisica o sociale. La definizione storica, elaborata dal comitato congiunto ILO-OMS nel 1984, descrive i fattori psicosociali come interazioni tra contenuto del lavoro, condizioni organizzative, competenze e bisogni del lavoratore, mediate da percezioni ed esperienze che influenzano salute, prestazione e soddisfazione.
Il perimetro è più ampio dello stress lavoro-correlato. Lo stress è il meccanismo attraverso cui molti fattori agiscono, ma la famiglia dei rischi psicosociali comprende anche fenomeni relazionali patologici come mobbing e straining, le molestie, la violenza da parte di terzi, il burnout, il conflitto tra vita privata e lavoro, l'insicurezza occupazionale. Tutti hanno una caratteristica comune: nascono dall'organizzazione e dalle relazioni, non da un agente fisico o chimico misurabile con uno strumento.
Per il RSPP questo cambia l'approccio. Non esiste un valore limite da confrontare né un campionamento ambientale: il rischio si ricostruisce incrociando dati oggettivi aziendali, percezioni dei lavoratori e analisi dei processi. In un'azienda metalmeccanica, ad esempio, lo stesso reparto può avere rumore sotto controllo e contemporaneamente ritmi imposti, scarsa autonomia e capi poco presenti: è questo secondo profilo che il blocco insegna a leggere.