Una definizione molto usata in ambito industriale è quella dell'HSE britannico nella guida HSG48, dedicata a ridurre l'errore e influenzare il comportamento: i fattori umani riguardano fattori ambientali, organizzativi e del lavoro, insieme alle caratteristiche umane e individuali, che influenzano il comportamento sul lavoro in modo tale da incidere sulla salute e sulla sicurezza. La guida propone di guardare sempre tre dimensioni: il lavoro, la persona e l'organizzazione.
Il lavoro comprende la natura del compito, il carico, l'ambiente fisico, il progetto delle interfacce, le procedure. La persona comprende competenza, abilità, personalità, atteggiamento, condizioni di salute e di affaticamento. L'organizzazione comprende cultura, leadership, risorse, modelli di comunicazione, pianificazione dei turni. Il messaggio di fondo è che le caratteristiche individuali contano, ma sono la leva più difficile e meno stabile su cui agire, mentre lavoro e organizzazione si possono progettare.
In molte analisi di infortunio il campo cause si chiude con disattenzione dell'operatore. Per chi ragiona in termini di fattori umani questa è l'inizio dell'indagine, non la fine. Perché l'attenzione è calata? Il compito era monotono, il turno lungo, l'informazione critica poco visibile, la procedura incompatibile con i tempi? In una ditta di autotrasporto, ad esempio, l'errore di aggancio del rimorchio va letto insieme a orari di consegna, illuminazione del piazzale e progetto del sistema di aggancio.