Gli indicatori lagging, o di esito, misurano eventi già accaduti: infortuni, malattie professionali, giorni di assenza, danni. Sono i più diffusi perché facili da calcolare e confrontabili con statistiche esterne.
L'indice di frequenza rapporta il numero di infortuni alle ore lavorate, moltiplicando per un milione: esprime quanti infortuni si verificano ogni milione di ore. L'indice di gravità, secondo l'impostazione della norma UNI 7249, rapporta le giornate perdute alle ore lavorate moltiplicando per mille. In ambito internazionale sono diffusi anche indicatori calcolati su duecentomila ore, che corrispondono indicativamente a cento lavoratori per un anno: è importante dichiarare sempre la base usata, altrimenti i confronti tra stabilimenti risultano falsati. Per un'azienda con 120 addetti e circa 200.000 ore annue, due infortuni con assenza danno un indice di frequenza pari a dieci.
Questi indicatori hanno però limiti seri. Nelle piccole e medie aziende i numeri sono così bassi che un solo evento in più o in meno fa oscillare l'indice in modo casuale. Misurano il passato e arrivano quando il danno è già avvenuto. Possono migliorare per ragioni che non hanno nulla a che fare con la prevenzione, come una minore propensione a denunciare o il trasferimento delle lavorazioni più rischiose in appalto. Infine un indice basso non garantisce l'assenza di rischi gravi: molti incidenti rilevanti sono avvenuti in impianti con ottime statistiche sugli infortuni lievi.
Servono quindi anche indicatori che anticipino il problema.