Il burnout è una sindrome descritta per la prima volta negli anni Settanta proprio osservando gli operatori delle professioni di aiuto. Il modello più diffuso lo descrive con tre dimensioni. L'esaurimento emotivo è la sensazione di essere svuotati, senza energie per affrontare un'altra giornata. La depersonalizzazione, detta anche cinismo, è un atteggiamento distaccato, freddo o insofferente verso le persone assistite, trattate come casi o come compiti. La ridotta realizzazione personale è la percezione di non essere efficaci, di lavorare senza risultati e senza senso.
Lo strumento di misura più noto è il Maslach Burnout Inventory, un questionario validato che esplora queste tre aree e di cui esistono versioni specifiche per i servizi alla persona. Va somministrato e interpretato da professionisti competenti, di solito psicologi del lavoro o con la collaborazione del medico competente, e i risultati vanno restituiti in forma aggregata.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità, nella classificazione ICD-11, ha inserito il burnout tra i fattori che influenzano lo stato di salute, definendolo come fenomeno occupazionale derivante da uno stress cronico sul lavoro non gestito con successo, e non come malattia. La precisazione è importante per il servizio di prevenzione: il burnout riguarda il contesto di lavoro, non va usato per spiegare altri ambiti della vita e richiede interventi sull'organizzazione. Un segnale tipico in RSA è l'operatore esperto che diventa sbrigativo e distaccato con gli ospiti, mentre prima era tra i più attenti.