Nelle strutture sanitarie le sorgenti di radiazioni ionizzanti si concentrano in alcune aree. La radiologia tradizionale e la tomografia computerizzata espongono gli operatori in misura limitata, perché il tecnico aziona l'apparecchio da una postazione schermata. La fluoroscopia e la radiologia interventistica sono le attività più critiche per il personale, che resta vicino al paziente per tutta la procedura. La medicina nucleare introduce sorgenti non sigillate, con rischio di contaminazione oltre che di irradiazione. La radioterapia usa acceleratori ad alta energia in bunker progettati con pareti spesse.
Il concetto chiave per la protezione degli operatori è la radiazione diffusa. Il fascio primario è diretto sul paziente e il personale non dovrebbe mai trovarsi al suo interno; tuttavia, interagendo con il corpo del paziente, una parte della radiazione viene deviata in tutte le direzioni. È questa componente secondaria, di intensità molto minore ma diffusa nella stanza, a determinare quasi tutta la dose del personale. La sorgente principale di esposizione per l'operatore è quindi il paziente irradiato, non il tubo.
Ne derivano regole pratiche: in fluoroscopia, lavorare dal lato del rivelatore anziché dal lato del tubo, dove la diffusione è maggiore; tenere le mani fuori dal fascio primario; usare la collimazione più stretta compatibile con l'esame. In medicina nucleare, il paziente a cui è stato somministrato il radiofarmaco resta una sorgente per ore, e questo coinvolge anche il personale di reparto o della RSA che lo riaccoglie dopo una scintigrafia.