L'azoto è indispensabile per la sicurezza contro le esplosioni ma è anche una delle principali cause di morte negli impianti chimici. Non ha odore, colore né sapore, non irrita, e il corpo umano non dispone di un allarme fisiologico per la carenza di ossigeno: l'urgenza di respirare dipende soprattutto dall'anidride carbonica, non dalla mancanza di ossigeno. In un'atmosfera quasi priva di ossigeno bastano pochi respiri per perdere conoscenza, senza alcun segnale premonitore, e la morte sopravviene in pochi minuti.
Gli scenari tipici sono ricorrenti. Un operatore si affaccia al passo d'uomo di un serbatoio appena inertizzato per guardare dentro. Un tecnico lavora vicino a uno sfiato di azoto in un locale chiuso o in una fossa. Un tubo di azoto viene collegato per errore alla rete dell'aria respirabile o alla maschera ad adduzione d'aria. Un soccorritore entra senza protezione per aiutare il collega svenuto e diventa la seconda vittima.
Le misure partono dall'informazione: tutti in stabilimento devono sapere che un recipiente inertizzato è letale come un ambiente con gas tossico. Si applicano cartelli di pericolo di asfissia ai passi d'uomo aperti, si usano attacchi non intercambiabili tra le reti di azoto e di aria, si dotano i lavoratori di rilevatori personali di ossigeno nelle aree a rischio, si installano sensori fissi nei locali con potenziali rilasci. La formazione deve insistere sul divieto di soccorso improvvisato, che è il punto su cui l'istinto umano più facilmente prevale.