Si definisce lavoro a caldo qualsiasi attività che produce o può produrre una fonte di innesco in un'area dove possono essere presenti sostanze infiammabili. Rientrano nella categoria la saldatura elettrica e ossiacetilenica, il taglio con cannello o plasma, la molatura e la smerigliatura, la brasatura, l'uso di lampade a fiamma e di pistole ad aria calda, ma anche attività meno evidenti: l'uso di trapani e avvitatori elettrici non certificati per zone classificate, la sabbiatura con le sue cariche elettrostatiche, l'ingresso di veicoli con motore a combustione nelle aree di processo, l'uso di telefoni e apparecchi non idonei.
Le scintille di saldatura e molatura sono particelle di metallo incandescente che possono essere proiettate a distanze superiori a dieci metri e cadere ancora più lontano se il lavoro avviene in quota. Possono infilarsi in fessure, tombini, canaline e covare a lungo prima di innescare un incendio. La scoria della saldatura resta calda per minuti, e il calore trasmesso per conduzione lungo una tubazione può innescare prodotti presenti anche a distanza dal punto di lavoro.
Negli impianti chimici molti incendi ed esplosioni gravi durante la manutenzione hanno coinvolto lavori a caldo su o vicino a serbatoi ritenuti vuoti, con vapori residui all'interno o in apparecchiature collegate. Il principio guida è chiedersi sempre se il lavoro a caldo sia indispensabile: sostituire il taglio con tecniche a freddo o portare il pezzo in officina, se possibile, elimina il problema alla radice.