Le cronache degli incidenti mortali in ambienti confinati, in Italia come all'estero, mostrano con impressionante regolarità la stessa sequenza. Un lavoratore entra in una vasca, in un serbatoio o in un pozzetto e perde conoscenza. Un collega lo vede cadere e si precipita a soccorrerlo senza protezioni, poi un secondo, a volte un terzo. In molti eventi plurimi le vittime più numerose sono proprio i soccorritori, persone generose che hanno agito d'istinto.
La causa è il tipo di pericolo: gas inerti, idrogeno solforato ad alte concentrazioni, anidride carbonica, ossigeno insufficiente non si vedono e agiscono in pochi istanti. Il soccorritore pensa a un malore, a una caduta, e non a un'atmosfera letale. Per questo la formazione deve affrontare apertamente il conflitto morale tra l'impulso di aiutare e la regola di non entrare, spiegando che entrare senza protezione non salva il collega ma aggiunge una vittima.
In concreto, il lavoratore all'esterno deve sapere esattamente cosa fare: dare l'allarme con il mezzo stabilito, attivare il recupero dall'esterno con il dispositivo collegato all'imbracatura, se disponibile aumentare la ventilazione, attendere la squadra equipaggiata con autorespiratori. Esercitazioni ripetute rendono questa sequenza un automatismo che può prevalere sul panico. Una buona pratica in alcuni stabilimenti è appendere al passo d'uomo un cartello con le tre azioni da compiere, scritto in modo comprensibile anche per chi non parla bene l'italiano.