Nel settore chimico e petrolchimico l'esposizione ad agenti chimici ha due volti. Il primo è quello cronico: basse concentrazioni di idrocarburi aromatici, solventi, ammine o polveri catalitiche respirate per anni durante giri di impianto, campionamenti e manutenzioni ordinarie. Il secondo è quello acuto: un rilascio improvviso di idrogeno solforato, ammoniaca o cloro che in pochi secondi porta la concentrazione a livelli letali. La prevenzione deve governare entrambi, con strumenti diversi.
Questo blocco parte dai principi del Titolo IX Capo I del D.Lgs. 81/08 già visti nel Modulo B comune e li applica al contesto di impianto: come si misura l'esposizione, come si verifica la dose assorbita, quali gas tossici richiedono attenzione speciale, quali rilevatori e quali apparecchi respiratori usare, come si gestiscono rilasci e sversamenti, il trasporto ADR, il carico e lo scarico delle autobotti e infine i rifiuti pericolosi prodotti dal ciclo.
Un dato organizzativo condiziona tutto: in un sito petrolchimico convivono personale di esercizio, manutentori interni, imprese appaltatrici, autisti esterni e laboratoristi. Ognuno ha un profilo di esposizione diverso e spesso un diverso datore di lavoro. Il RSPP o l'ASPP che lavora in questo contesto deve quindi ragionare per mansione e per attività, non per reparto generico, e coordinarsi con il medico competente fin dalla fase di pianificazione delle misure, condividendo con lui elenco delle sostanze, schede di sicurezza e calendario delle attività critiche.