A livello mondiale la pesca è considerata da FAO e ILO una delle attività lavorative più pericolose. Le stime diffuse dalle due organizzazioni parlano di decine di migliaia di decessi ogni anno, concentrati soprattutto nelle flotte artigianali dei paesi in via di sviluppo, ma anche nelle flotte europee il tasso di mortalità per occupato resta molto superiore alla media degli altri settori produttivi. Lo stesso preambolo della Convenzione ILO 188 del 2007 richiama la pesca come occupazione pericolosa rispetto alle altre.
Le cause degli eventi mortali si raggruppano in poche grandi famiglie: perdita dell'unità per naufragio, capovolgimento o allagamento, con più vittime nello stesso evento; caduta in mare di un singolo pescatore, spesso senza testimoni o durante il lavoro notturno; infortuni gravi sul ponte legati ad attrezzature di pesca e cavi; più raramente incendi, esplosioni e intossicazioni in locali chiusi. Una quota rilevante degli infortuni non mortali riguarda invece scivolamenti, schiacciamenti delle mani, tagli e lesioni muscoloscheletriche.
Per il valutatore italiano questi dati internazionali servono a orientare lo sguardo: le misure con il maggiore effetto sulla mortalità riguardano stabilità e tenuta stagna dell'unità, prevenzione della caduta in mare e capacità di recupero rapido della persona. Il dettaglio dei singoli rischi e delle tecniche di recupero sarà affrontato nei due blocchi successivi del modulo; qui interessa capire perché le norme si concentrano proprio su questi aspetti.