Il pescato e gli scarti di pesce lasciati in stiva, in vasche o nelle sentine si decompongono rapidamente, soprattutto se il ghiaccio è insufficiente o il refrigeratore si è fermato. La decomposizione consuma ossigeno e produce gas come idrogeno solforato, ammoniaca e anidride carbonica. In uno spazio chiuso, magari rimasto sigillato per giorni dopo lo sbarco, l'atmosfera può diventare letale.
L'idrogeno solforato è particolarmente insidioso: a basse concentrazioni ha il caratteristico odore di uova marce, ma a concentrazioni più elevate paralizza il senso dell'olfatto, per cui la scomparsa dell'odore non significa che il gas sia sparito. A concentrazioni alte provoca perdita di coscienza rapida e arresto respiratorio. La carenza di ossigeno, invece, non si percepisce affatto: la persona entra, si sente stordita e cade senza capire cosa stia accadendo.
Le inchieste sugli incidenti in stive e vasche di pescherecci descrivono uno schema tragicamente costante: un marinaio entra per pulire o recuperare qualcosa e perde i sensi, un collega scende a soccorrerlo e cade a sua volta, a volte una terza persona fa lo stesso. Una parte rilevante delle vittime negli ambienti confinati è costituita proprio dai soccorritori improvvisati. Il messaggio formativo deve essere chiarissimo: non si entra mai per soccorrere senza protezione delle vie respiratorie con apporto d'aria; si dà l'allarme, si ventila e si tenta il recupero dall'esterno. Il rilevatore portatile va considerato una dotazione di bordo essenziale, al pari degli estintori.