La caduta fuori bordo è tra le principali cause di morte nel settore della pesca, e le analisi degli eventi mostrano schemi ricorrenti. Il primo è l'agganciamento all'attrezzo durante la cala: un piede o una manica che si impiglia nella rete, nel cavo o nella lenza del palangaro mentre l'attrezzo scorre veloce verso il mare, trascinando la persona fuori bordo. Il secondo è la perdita di equilibrio su un ponte bagnato e inclinato per il rollio, magari mentre si sporge oltre la murata per liberare una maglia o recuperare un galleggiante.
Altri scenari tipici riguardano chi lavora da solo: il marinaio che di notte va a poppa a controllare un cavo mentre il comandante è in plancia, il pescatore che urina sporgendosi dalla murata, l'uomo che sale o scende dalla barca in porto tra scafo e banchina, spesso dopo una giornata di diciotto ore. Gli eventi in banchina sono sottovalutati, ma l'acqua portuale è fredda, sporca e circondata da scafi tra cui si può restare schiacciati.
Il fattore che rende letali molti di questi casi è l'assenza del giubbotto: chi cade vestito, con stivali e cerata, senza galleggiamento, ha pochi minuti. Il RSPP utilizza questa casistica nella valutazione del rischio per individuare postazioni e fasi critiche, come la cala, il salpamento e le manovre di ormeggio, e per motivare l'obbligo d'uso del giubbotto, spiegandolo con esempi concreti invece che con un generico divieto, e analizzando anche i quasi incidenti in cui qualcuno è stato trattenuto all'ultimo momento.