Una piccola impresa di pesca costiera opera con una barca di nove metri e due pescatori, che salpano reti da posta all'alba. Uno dei due, sporgendosi per recuperare una rete impigliata, perde l'equilibrio e cade in acqua senza giubbotto. Il collega riesce a recuperarlo dopo diversi tentativi, perché il bordo libero è alto e manca una scaletta.
La caduta in mare è uno dei rischi più gravi della pesca artigianale, e la normativa di settore impone dotazioni di salvataggio commisurate al tipo di navigazione. La valutazione dei rischi deve però andare oltre la presenza a bordo dei dispositivi: deve stabilire quando indossarli, come recuperare una persona in acqua e come chiedere aiuto. In un'impresa così piccola il titolare è spesso anche datore di lavoro, comandante e unico riferimento per la sicurezza, e deve comunque garantire informazione e formazione al marinaio.
Il consulente che segue l'impresa propone giubbotti autogonfiabili leggeri, compatibili con il lavoro, da indossare sempre durante le operazioni di pesca, una scaletta di risalita ripiegabile e una cima con anello galleggiante pronta all'uso. Suggerisce esercitazioni periodiche di recupero in porto, con simulazione realistica, e l'uso di un apparato radio per l'allerta. Il titolare inserisce la regola nel documento di valutazione e controlla personalmente che venga applicata da entrambi.
Perché, secondo voi, i dispositivi di galleggiamento restano spesso nel gavone anche quando sono disponibili a bordo?